16
Gen
08

Amici miei

Cari vecchi, fottutissimi, amici miei… mi verrebbe da dire. È così che va; come nei film, quando parte la musica – e nei film la musica non è musica da camera! È una valanga nel mare –, le immagini s’ingialliscono fotogramma dopo fotogramma ed insieme al dolce rumore del suono pesante delle immagini, senti il profumo emanato da quel primo piano sfuggito alle sbarre e agli schemi della tua mente, da un gesto interrotto dal taglio delle forbici ‘not digital’, da una parola che nel copione non c’era – e forse per questo si è fatta viva dietro il velo del televisore.
È facile essere amici, perché tanto la parola è vuota come le nottate che Firenze da un pezzo non dorme più; anzi sarebbe meglio dire che non ‘non-dorme’ più. Eppure un giornalista de La Nazione trova ancora la forza di rifiutare la vita seria, di dividere la sua ‘non-vitissima’ con tre amici, quelli del bar, quelli che ti danno un soprannome a cui tieni mille volte più di quanto possa valere quel nome che non ti sei scelto (almeno il soprannome in qualche modo fa parte di te, te lo sei guadagnato).

Cari vecchi, fottutissimi, amici miei… mi verrebbe da rimpiangere. Così è stato veramente. Chi si dimentica quando andavamo a fare le firme sui culi? E poi le ragazze rubate con l’Arno a far da palo, sempre fermo lì a scorrere sotto, quasi nascosto; e la sua superficie immobile nient’altro che culla del nostro riflesso che ormai abbiamo venduto per qualche immagine perfetta; ci avevano detto che era gratis… bischeri noi a crederci!Ma dov’è quella Firenze che avrei voluto conoscere? Mi chiedo se per qualche vicolo risuonino ancora quei due accordi di Carlo Rustichelli e se il fiato dello strumento faccia svolazzare i fogli, dai capi unti, del Perozzi.Mi chiedo perché forse la risposta la so. So che si beve tanto, che la sera si va a letto tardi e ci si alza alle 09.00… e i lettori che si svegliano al ‘tocco’ (mi fa venire voglia di desinare…) fanno colazione e me li sono già giocati; offesi, navigheranno da qualche altra parte… o forse, semplicemente, dormono ancora.
Ma mi abbandonano anche quelli delle 09.00, perché io vado a letto presto la sera e non sono bravo quanto loro, perché non so fare tardi a giro, non riesco a dire senza sapere dove. L’abbandono, del resto, è una dote che non tutti hanno; non certamente io. Ma non per questo mi sento meno Perozzi di voi, non per questo non rido di occhi sgranati come il Melandri o non mi perdo nella malinconica luna bianca di tutti i giorni, proprietà di Raffaello “Lello” Mascetti. Forse una macchina che fingo di guidare ce l’ho anch’io, è probabile che anch’io mi abbandoni, a modo io.

Fottutissimi amici miei… siete passati ad un passo dal sudore di persone di carne che sono morte giovani, che hanno avuto le caviglie bagnate dal fango del ’66, quando anche gli angeli erano marroni come la nebbia del baratro; che avevano un sogno fatto di presente, un moglie per sentirsi importante ed una bambina bella come la Madonna bianca da proteggere; nonni mai avuti, con nomi russi e canottiere di lana davanti al mare d’agosto e con qualcosa sul gozzo che non va né su né giù: un cancro che ha la forza dell’edera sul muro… e poi non raccontatemi che l’edera è verde o addirittura bella…

È troppo presto. Adesso si che sono rimasto solo, non c’è ragazzo, non c’è orario che mi aspetti… è morto anche il Perozzi. E mi viene proprio la rabbia di chi vorrebbe esplodere, ingiallire fotogramma dopo fotogramma ed insieme al dolce rumore del suono pesante delle immagini, sentire il profumo emanato da quel primo piano sfuggito alle sbarre e agli schemi della tua mente, da un gesto interrotto dal taglio delle forbici ‘not digital’, da una parola che nel copione non c’era – e forse per questo si è fatta viva dietro il velo del televisore.

Tommaso Tombelli

14
Gen
08

La promessa dell’assassino (02/01/08)

C’era una volta.
Una donna che avrebbe dovuto partorire, perse il bambino. Per suo zio, ciò è successo perché il sangue russo di lei si è mescolato con altro sangue rosso, non russo.
Ma tutto questo non c’interessa. David Cronenberg racconta una storia di mafia russa in una Londra senza Piccadilly Circus, senza Big Ben, ma con il Natale. Una dottoressa si vede arrivare una giovane russa sul punto di partorire, in condizioni pessime, con gli aghi appena tolti dalle vene: nasce la bambina, muore la madre. Solo un diario lega la bambina alla realtà del suo passato, la tiene in vita nella/ per la nostra società; la dottoressa, che vive con la madre e con uno zio, russo, simpatico e che non muore, trova un biglietto di un ristorante tra le pagine della quattordicenne. Il sipario si apre, la mafia russa è in scena! Il vecchio, ‘Papa’ – perdonatemi se non lo scrivo correttamente –, il figlio stupido, Cassel, e l’amico fidato di Cassel che lavora per ‘papa’ e che ‘papa’ cercherà di far trucidare; perché, dimenticavo, in questo film le dita vengono mozzate (altro che mms, sms… segnali di fumo), nelle saune evapora sangue e non acqua, i cadaveri vengono gettati nel Tamigi e le giovani farfalline dell’est nascono per scopare e muoiono in un orgasmo cantato.

Ieri sera mi era sembrato di vedere Kieslowski aggirarsi per le vie fumose di ‘Londow’, ma per fortuna erano solo i postumi delle creste di pollo bollite accompagnate dalla mostarda di frutta. Il film incoerentemente finisce bene.

Tommaso Tombelli

14
Gen
08

E’ morto Enzo Biagi (11/07)

Forse nevica. No, è che è morto Enzo Biagi.
Non ce la faccio a non scrivere perché le lacrime invece di uscire e parlare colano dentro come cemento armato in gola ed è tutto un pezzo duro questa mia emozione.
Certe cose le devi urlare, come la sua pacatezza, quelle sue maniere, quei suoi racconti, quel suo tono di voce così paziente e rassicurante, di nonno. Io non trovo le parole, forse non le cerco nemmeno, perché il dispiacere è confusione.
Di chi mi fiderò adesso? Chi mi restituisce il tempo che gli hanno tolto? Perché non ha guidato il mio paese, perché non c’era al mio esame di maturità, perché non mi ha fatto gli auguri di compleanno, perché e ancora perché. Perché è come se lo avesse fatto. Questo è troppo per un ragazzo di venticinque anni con le idee ancora poche chiare.
Io non voterò mai Berlusconi. Ma aspettate… forse ho già dimenticato la sua lezione. Lasciatemi immaginare che mi dica, protettivo: “Perché? Tommaso, Tommaso… alza la testa, non la voce, muovi i pensieri, non le mani. Prima di essere, sii umano”.

Non ti ho ascoltato neppure stavolta; forse non sono riuscito a parlare a tutti. Una volta un mio amico mi disse… 
Se n’è andato con le foglie rosse e gialle dell’autunno inoltrato, le ultime a lasciare l’albero, come partigiani pronti a cadere.
Adesso può nevicare.

Tommaso Tombelli

14
Gen
08

Monster house (10/07)

In un’animazione che non si è abituati a vedere, l’occhio scorre sereno lungo un vecchio pavimento di legno dai denti aguzzi e affamati.

La produzione di Spielberg, il lavoro in mano ad un giovane regista fa passare la serata homevideo senza troppi sussulti. C’è qualcosa che ti aspetteresti e che arriva bussando troppe volte. Non hai il tempo di restare piacevolmente sorpreso che il segreto si ‘sesgreta’ come il finto inchiostro sulla camicetta per carnevale.

Una casa risucchia bambini, gli States che si mobilitano, si scandalizzano. Steven dovrebbe arrabbiarsi molto. Di solito Allen che esce dalla sala durante la prima di “2001: Odissea nello spazio”, desta piacevole sorpresa, rende felice un autore.

Qui non c’è niente di sorprendente se non un nostalgico rigurgito ‘gooniesiano’.

Tommaso Tombelli

14
Gen
08

L’aggettivo è un nome particolare (09/07)

È inverno
ma il foglio quadrettato di bianco
in casa si muove
come fosse vento

Poco prima
le foglie spazzate via
con le unghie al terreno
mi hanno dato
il chiarore delle ranocchie

Mi sudavano le orecchie
non c’era sangue ma tiepido

Tommaso Tombelli

(2005)




Prologo

Il viaggio nella rete con i pensieri in bocca...

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