Cari vecchi, fottutissimi, amici miei… mi verrebbe da dire. È così che va; come nei film, quando parte la musica – e nei film la musica non è musica da camera! È una valanga nel mare –, le immagini s’ingialliscono fotogramma dopo fotogramma ed insieme al dolce rumore del suono pesante delle immagini, senti il profumo emanato da quel primo piano sfuggito alle sbarre e agli schemi della tua mente, da un gesto interrotto dal taglio delle forbici ‘not digital’, da una parola che nel copione non c’era – e forse per questo si è fatta viva dietro il velo del televisore.
È facile essere amici, perché tanto la parola è vuota come le nottate che Firenze da un pezzo non dorme più; anzi sarebbe meglio dire che non ‘non-dorme’ più. Eppure un giornalista de La Nazione trova ancora la forza di rifiutare la vita seria, di dividere la sua ‘non-vitissima’ con tre amici, quelli del bar, quelli che ti danno un soprannome a cui tieni mille volte più di quanto possa valere quel nome che non ti sei scelto (almeno il soprannome in qualche modo fa parte di te, te lo sei guadagnato).
Cari vecchi, fottutissimi, amici miei… mi verrebbe da rimpiangere. Così è stato veramente. Chi si dimentica quando andavamo a fare le firme sui culi? E poi le ragazze rubate con l’Arno a far da palo, sempre fermo lì a scorrere sotto, quasi nascosto; e la sua superficie immobile nient’altro che culla del nostro riflesso che ormai abbiamo venduto per qualche immagine perfetta; ci avevano detto che era gratis… bischeri noi a crederci!Ma dov’è quella Firenze che avrei voluto conoscere? Mi chiedo se per qualche vicolo risuonino ancora quei due accordi di Carlo Rustichelli e se il fiato dello strumento faccia svolazzare i fogli, dai capi unti, del Perozzi.Mi chiedo perché forse la risposta la so. So che si beve tanto, che la sera si va a letto tardi e ci si alza alle 09.00… e i lettori che si svegliano al ‘tocco’ (mi fa venire voglia di desinare…) fanno colazione e me li sono già giocati; offesi, navigheranno da qualche altra parte… o forse, semplicemente, dormono ancora.
Ma mi abbandonano anche quelli delle 09.00, perché io vado a letto presto la sera e non sono bravo quanto loro, perché non so fare tardi a giro, non riesco a dire senza sapere dove. L’abbandono, del resto, è una dote che non tutti hanno; non certamente io. Ma non per questo mi sento meno Perozzi di voi, non per questo non rido di occhi sgranati come il Melandri o non mi perdo nella malinconica luna bianca di tutti i giorni, proprietà di Raffaello “Lello” Mascetti. Forse una macchina che fingo di guidare ce l’ho anch’io, è probabile che anch’io mi abbandoni, a modo io.
Fottutissimi amici miei… siete passati ad un passo dal sudore di persone di carne che sono morte giovani, che hanno avuto le caviglie bagnate dal fango del ’66, quando anche gli angeli erano marroni come la nebbia del baratro; che avevano un sogno fatto di presente, un moglie per sentirsi importante ed una bambina bella come la Madonna bianca da proteggere; nonni mai avuti, con nomi russi e canottiere di lana davanti al mare d’agosto e con qualcosa sul gozzo che non va né su né giù: un cancro che ha la forza dell’edera sul muro… e poi non raccontatemi che l’edera è verde o addirittura bella…
È troppo presto. Adesso si che sono rimasto solo, non c’è ragazzo, non c’è orario che mi aspetti… è morto anche il Perozzi. E mi viene proprio la rabbia di chi vorrebbe esplodere, ingiallire fotogramma dopo fotogramma ed insieme al dolce rumore del suono pesante delle immagini, sentire il profumo emanato da quel primo piano sfuggito alle sbarre e agli schemi della tua mente, da un gesto interrotto dal taglio delle forbici ‘not digital’, da una parola che nel copione non c’era – e forse per questo si è fatta viva dietro il velo del televisore.
Tommaso Tombelli